Lalibela – Etiopia

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La città che più di ogni altra caratterizza l’Etiopia è sicuramente  Lalibela,  già solo il nome  ci costringe a una  dizione attenta per  non rovinarne la musicalità. La sua nascita è avvolta da incredibili leggende, ma di sicuro  Lalibela prende il nome da  uno dei sovrani più famosi, Gebre Mesquel Lalibela, è  lui che fondò la città, a seguito della caduta di Gerusalemme in mani non cristiane…

Gli animali preannunciano l’arrivo di personaggi importanti” racconta un’antica credenza etiope.  Successe proprio così a Roha nel XII secolo per il bimbo che nacque in casa reale.  Un giorno uno sciame d’api lo avvolse nella sua culla e la mamma dopo quella visione lo battezzò Lalibela, che in lingua Agwan significa “le api riconoscono la sovranità”.  Diventò l’imperatore Gebre Mesquel Lalibela che governò l’Etiopia tra il XII e il XIII secolo e il fratello maggiore, erede designato alla guida del paese non fu certo contento di vedersi portare via il trono dal nuovo arrivato e cercò di ucciderlo avvelenandolo.   Per tre giorni Lalibela rimase in coma, e la leggenda narra che gli angeli lo portarono in cielo al cospetto di Dio il quale gli ordinò, che al suo ritorno sulla terra, dovesse costruire delle chiese in suo onore.  Così nacque la città di Lalibela, la seconda Gerusalemme, dichiarata patrimonio dell’Umanità dal 1968. “Mi viene difficile raccontare ciò che ho visto, perché certamente non sarò creduto..” Queste le  parole scritte, dal cappellano dell’ambasciata portoghese, un certo frate Alvarez,  il primo europeo a visitare  Lalibela.

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Giurava di dire la verità ma il suo racconto, pubblicato nel lontano 1540 non venne ritenuto attendibile. Parole adeguate quelle di Alvarez, perché anche se di tempo ne è passato sotto i ponti da quel dì, Lalibela rimane quel luogo magico di allora.

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Come raccontare un luogo magico senza destare incredulità? Bisogna vederla la Lalibela. Bisogna percorrere la lunga strada che dal bivio per Addis Abeba conduce a quella che è uno dei luoghi più affascinanti del mondo.  I 50 km che  separarono dalla mistica visione sembrano infiniti ma nello stesso tempo essenziali, quasi necessari, un percorso iniziatico che servirà  per bearsi poi di tanta bellezza.

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Bisogna respirare la polvere, lasciarsi abbracciare dai paesaggi brulli  avvolti nella nebbia attraversare le gole profonde, alzare lo sguardo sulle montagne circostanti, costeggiare i campi coltivati nelle valli, scambiare sguardi con gli abitanti che si incontrano e poi rimanere in silenzio al cospetto della perfezione costruttiva delle chiese ipogee.

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Dal tufo rosso  scolpito, da mani sapienti, le cui tecniche si sono perse nel tempo, si sono materializzati  dodici  imponenti edifici, sottratti alla roccia.  E’ davvero un luogo dal fascino incredibile.  Incorniciata a 2500 metri dalle alte cime dei monti Abune Ysef, grazie alla sua amena posizione  e al suo sovrano è riuscita a custodire la propria fede.  Le chiese scolpite nella profondità nella roccia danno vita ad una città invisibile. Come siano state costruite è ancora un mistero, se si pensa che i lavori sembrano essere cominciati tra il IV e il VII secolo.  Il materiale piroclastico, facilmente modellabile pare lavorato con piccoli scalpelli.  Si sa da alcuni documenti ritrovati che in quel tempo arrivarono alla Lalibela 500 operai dalla Libia e da altri paesi del nord Africa, ma non esiste nessuna altra traccia inerente alla complessa architettura.  Ancora una volta possiamo chiedere aiuto alla sapienza popolare che racconta il prodigio della nascita della Lalibela in soli 3 giorni, grazie all’opera di creature celesti.  E’ per questo che la città porta anche l’appellativo di “città degli angeli”. Perdersi tra i tunnel e i cunicoli, che collegano le costruzioni, osservare i pellegrini pregare avvolti nei loro sciamma bianchi e i sacerdoti assorti nella lettura della sacre scritture, ammirare rapiti dipinti alla luce fioca delle candele è cosa indimenticabile.  Come indimenticabile è la visione della chiesa di San Giorgio.  Nel mese di gennaio qui viene celebrata una grande festa al santo patrono dell’Etiopia.  E’ un’apoteosi di canti, inni accompagnati dal ritmo dei sistri e dei kebrero.  Il baratro che la circonda la rende paurosamente suggestiva ma basta allontanarsi di poco, c’è un punto un po’ più in alto da dove, stando al sicuro, si ammira la sommità della cattedrale di pietra con la sua croce, una grande croce simbolo della città, a ricordare a tutti che qui i cristiani copti, la loro fede l’hanno incisa sia nel cuore che nella roccia.     Clelia Nocchi

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