Tempio d’Oro Amritsar – India

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Quel pittore invisibile che ogni giorno dipinge la vita, in questo caso ha dovuto usare tutti i colori della sua tavolozza per raffigurare i fedeli intorno al tempio. I vestiti delle donne, i turbanti degli uomini, una moltitudine policroma quella dei Sikh che affollano ogni giorno il luogo a loro più sacro, Harmandir, il tempio d’oro ad Amritsar. La costruzione sorge su un’isola artificiale circondata da una grande vasca, Amrita Saras, da cui deriva il nome della città di Amritsar.

Tutti possono entrare, la comunità accoglie chiunque lo voglia visitare, non è importante a quale religione o credo si appartenga, di quale colore sia la pelle o da quale parte del mondo si provenga. Tutti coloro che entrano in pace sono i benvenuti, è solo richiesto ai visitatori di coprirsi la testa, togliersi le scarpe e lavarsi i piedi. Una volta varcato l’ingresso che immette nell’area del Golden Temple, si rimane frastornati dalle centinaia di persone che gremiscono tutti gli spazi, lo sguardo subito viene catturato dall’oro dell’edificio, lo specchio d’acqua, che lo abbraccia ne riflette la sagoma rendendola liquida ed eterea ma non è la sola costruzione presente nell’ampio complesso architettonico.

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Il Teja Singh Samudri, la torre dell’orologio, nella zona più appartata sulla sinistra e un grande palazzo di un bianco accecante nell’ala destra, Akal Takht è la sede secolare del Khalsa. L’altra anima della fede Sikh, il Khalsa, i puri, un gruppo di guerrieri eletti nel quale ambito si accede attraverso un iniziazione. Vari appellativi sono stati spesi per loro nel tempo: militari, soldati, eroi, setta, terroristi. Furono fondati a seguito delle persecuzioni da parte dei dominatori Moghul, come gruppo di resistenza in quel 30 marzo 1699.

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I componenti del Khalsa portano ancora i cinque simboli che li caratterizzano e li contraddistinguono fin dalla loro nascita e cominciano tutti con la lettera K; Kara, un bracciale d’acciaio, Kirpan, un pugnale, Kesh, capelli e barba mai tagliati, Kangha, un pettine di legno, Kachera un indumento intimo di cotone. La loro storia è complessa e sofferta, note le tragiche vicende che li videro coinvolti nel 1984, l’operazione “Blue Star”, l’uccisione del primo ministro Indira Gandhi e il seguente terribile “progrom” da loro subito.

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Il bel tempio è stato al centro di scontri sanguinosi che lo hanno pesantemente ferito, oggi si erge risoluto e rinnovato dalla “pozza d’ambrosia” conservando il suo innegabile fascino. Sono convinta che non ci sia visitatore che non rimanga incantato dall’atmosfera arcobaleno del Gurdwara, così vengono denominati i centri di culto Sihk, dove la spiritualità si fonde con la gioia, dove l’accoglienza si traduce nei sorrisi, negli sguardi, nelle mani che si tendono offrendoti una ciotola di acqua e di cibo. Gesti semplici fatti con amore. Accettando e condividendo il mangiare con loro, rigorosamente seduti per terra, è un segno di uguaglianza.

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Ogni giorno vengono preparati e donati almeno centomila pasti, decine di volontari si alternano nella “langar”, la cucina comunitaria, altri sono intenti a pulire le tante ciotole necessarie mediante sabbia con gesti esperti in una sorta di catena di montaggio umana fatta da veloci mani. Attraverso questa azione caritatevole si tiene fede al concetto di “servizio disinteressato” come stile di vita, diffuso da Guru Nanak, il fondatore del Sikkismo. Guru Nanak, figlio di induisti faceva il contabile e si era appassionato al sufismo. Nel 1498 ebbe “l’illuminazione” mentre si bagnava in un fiume.

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Toccato da Dio spese i restanti suoi anni di vita a viaggiare e a divulgare il messaggio divino. In quei tempi incredibilmente raggiunse a piedi il lontano Iraq, il Ladakh, il Tibet, l’Arabia Saudita e probabilmente anche l’ Europa. Lui nacque nel 1469 a Talwadi, un villaggio che si trova ora in Pakistan. Il primo dei dieci guru cercò di conciliare elementi dell’induismo, dell’islam e del cristianesimo dando vita ad una fede che si basa su fondamenti semplici: venerare il nome di Dio, lavorare con onestà, condividere con gli altri ciò che si possiede.

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Tutti gli insegnamenti, inni e pensieri dei dieci guru, ma anche di mistici musulmani e indù sono raccolti nel Guru Granth Sahib, quello che è stato deciso essere l’ultima “guida spirituale”, il testo delle sacre scritture compilato nel 1604 è conservato all’interno del tempio d’oro. Il lungo “corridoio del Guru”, il tragitto che attraversa le acque raggiungendo il cuore del tempio e arriva al cospetto del libro sacro, il posto dove ogni “discepolo” almeno una volta nella vita dovrà recarsi, è costantemente percorso da un cordone di fedeli.

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Un’autentica e sentita manifestazione di profonda devozione che agli occhi di chiunque, ateo, credente o agnostico, suscita comunque un’emozione. Guru Nanak, diceva che “tutte le fedi devono essere rispettate per la loro nobiltà d’intenti”. Rispetto, è la parola chiave, un valore di cui abbiamo tanto bisogno in questo nostro tempo.    Clelia Nocchi

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