Museo Nazionale di Beirut

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Nel 1975 Beirut, fino ad allora esempio di convivenza multireligiosa, divenne teatro di una feroce guerra civile.  La città era divisa in due parti contrapposte in mano alle milizie e agli eserciti in conflitto. Il museo era proprio sulla linea di demarcazione nota come Museum Alley il “vicolo del museo”, o come linea verde, che divenne zona di posto di blocco tra le fazioni, sotto i colpi dei cecchini..

Durante il primo anno l’edificio fu violato e usato come caserma per i combattenti, la situazione sempre più drammatica richiese misure di salvaguardia immediate e straordinarie.  Tra scontri e brevi tregue i “tesori” più piccoli furono riposti in scatole e nascosti nel seminterrato dietro a muri di cemento.

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Agli occhi di chi fosse entrato, sarebbero apparsi solo locali vuoti, molti si chiesero infatti che fine avessero fatto le prestigiose collezioni museali tanto da darle per esportate all’estero o rinchiuse nel caveau della banca.  Nel 1982 la situazione si aggravò ulteriormente e gli oggetti più grandi protetti dapprima con sacchi di sabbia, richiesero una più complessa protezione; vennero usati strati di cemento per ricoprire i mosaici e anche per le casse di legno che racchiudevano i sarcofagi e statue.

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Quando nel 1991, dopo quindici lunghi anni di devastazione e sangue, fu dichiarato il cessate il fuoco definitivo, il museo, simbolo di una città ferita, versava in pessime condizioni. Colpito dalle bombe, alcune parti devastate dagli incendi provocati dalle granate, documenti cartacei arsi, tutta l’attrezzatura di laboratorio persa, alcune scatole di oggetti distrutte e saccheggiate, i muri crivellati da proiettili e deturpati da pesanti graffiti, i piani bassi invasi dall’acqua piovana e le custodie dei reperti corrose nelle parti basali da sali e infiltrazioni d’umidità. Un primo programma di restauro venne proposto nel 1992, ma l’edificio così com’era, senza neanche porte e finestre, non poteva garantire sicurezza alcuna, si iniziò solo nel 1995 permettendo parzialmente la riapertura il 25 novembre 1997.

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Fu chiuso poi per ulteriori interventi nel 1998. Riaperto ufficialmente l’8 ottobre 1999, il museo nella sua nuova veste progettata dagli architetti Antoine Nahas e Pierre Leprince Ringuet, ricostruito con pietra calcarea libanese, può di nuovo essere visitato. Nello stesso anno il governo libanese iniziò anche una campagna di recupero degli oggetti che furono trafugati e venduti, una piccola parte purtroppo sono esposti in musei esteri.

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Il Paese dei cedri può vantarsi però ancora di avere uno dei musei più belli del mondo ma questo miracolo è figlio di due persone, Mr Maurice Chehab, l’allora settantenne direttore del dipartimento delle antichità, ora defunto, e di sua moglie.  E’ loro l’intuizione del progetto di protezione che prevedeva l’uso di cemento che ha fatto la differenza.

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Coloro che i giornali libanesi hanno soprannominato “angeli custodi della storia”, sono riusciti a tutelare l’immenso patrimonio e mantenere l’eredità del loro paese concedendo un privilegio che non è toccato a paesi come la Siria o l’Iraq, le cui sorti dei beni archeologici è ben nota. All’entrata è assolutamente da vedere l’emozionante video, ma emozionante davvero, che testimonia e racconta tutte le fasi della resurrezione del museo e trasferisce ai visitatori tutti gli stati d’animo provati dalla squadra museale: lo sconfortante momento dell’entrata nella struttura e della constatazione dello stato di devastazione, l’apprensione provata all’abbattimento dei muri e dell’apertura degli involucri di protezione dai quali resuscitavano i pezzi conservati e la gioia di poter ammirarli ancora, la lunga catalogazione e il titanico restauro con il conseguente allestimento nella nuova sede.

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Il cuore culturale di Beirut è riuscito a rialzarsi con molta fatica dalle macerie di pari passo alla sua città grazie a tanta passione e dedizione. In mostra veri gioielli dell’archeologia, Il sarcofago del re di Byblos, Ahiram, fatto per lui, dal figlio Ithobaal dove sono incise le prime lettere dell’alfabeto fenicio che rappresenta il prototipo di tutti gli alfabeti, le tre mummie rinvenute nella Valle di Qadiscia, dichiarate Patrimonio dell’Umanità dall’Unesco, la tomba con affreschi della mitologia greca solo per citarne alcuni. Il 7 ottobre 2016 è stata inaugurata un’ulteriore nuova ala con il contributo della cooperazione italiana dove viene esposta, tra altri prestigiosi oggetti, la più grande collezione al mondo di sarcofagi antropoidi.

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Ma un’opera in particolare di epoca bizantina posta al primo piano, suscita emozione il mosaico del the good shepherd “il buon pastore”, l’importante opera è stata appositamente lasciata sfregiata da un proiettile, ci dice la guida con la voce rotta dalla commozione, a monito per non dimenticare.  Clelia Nocchi

 

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