Mamoiada, l’altro carnevale

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Nel 1951 nella rivista “Il Ponte” viene pubblicato il saggio “Le Maschere Barbaricine” firmato Raffaello Marchi. Giornalista, scrittore, antropologo e noto studioso delle tradizioni delle comunità pastorali della Barbagia, fa conoscere al mondo i riti arcaici e misteriosi del carnevale di una delle zone più belle della Sardegna. Quest’area, tra le più verdi dell’isola incorniciata dal Gennargentu, deve il suo nome ai romani che la chiamarono Barbaria perché inconquistabile.

Nei paesi della Barbagia, Su Carrasegare (il carnevale) si svolge, come in tutto il mondo, nel periodo che precede la Quaresima ma gli elementi atipici con i consueti carnevali colorati e spensierati rimandano sicuramente le origini in epoca precristiana. Un rito che si lega probabilmente a quelli che si celebravano nell’antica città greca di Elèusi in onore di Demetra e di sua figlia Kore, nel periodo della semina ed erano quindi legati alla fertilità della terra, ai suoi cicli, al suo risveglio dopo il gelo invernale.

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E’ nel cuore di questo territorio ricco di segni di antiche civiltà e votato in prevalenza alla pastorizia e alla viticoltura adagiata a 650 mt e a soli 17 km da Nuoro che si erge Mamoiada, un accogliente centro di 2500 abitanti forti e orgogliosi come le pietre dei Nuraghi. A Mamoiada si svolge da tempi immemorabili uno dei carnevali più affascinanti della zona. A Mamoiada il carnevale è cosa seria. Tutta la celebrazione è caratterizzata dall’unione della comunità con il proprio territorio, dalla bellezza struggente ma anche avaro e aspro, un forte sentimento di appartenenza alla terra amata che si traduce nei personaggi molto diversi tra loro che animano l’evento.

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Sos Mamuthones e Sos Issohadores sono i protagonisti della cerimonia, previa la solenne vestizione. E’ questa una delle parti più rappresentative e densa di significato, la vestizione è una metamorfosi ed è condivisa dalla comunità e dai numerosi visitatori che accorrono per la manifestazione. Tutti l’attendono con ansia e trepidazione, lo dice la coda di folla che si forma nelle prime ore del pomeriggio davanti alla pro-loco molto prima dell’apertura. Nel piccolo cortile, appoggiati sull’erba, gli abiti e gli accessori che verranno indossati sono in attesa. L’uomo diventa un essere diverso, misterioso, perde la propria identità attraverso la maschera che fa da unione tra un mondo e un altro.

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Diventare Mamuthone è una vocazione, chi vestirà da Mamuthone non potrà indossare i vestiti da Issohadore. Dapprima il pesante vello di pecora nera, la “mandruca”, sul vestito di velluto anch’esso nero tipico dei pastori, poi i pesanti campanacci, circa 30 chili, trattenuti al busto da cinghie che devono essere ben strette, il cappello da uomo e sopra il fazzoletto da donna, infine a completamento del personaggio la maschera di foggia antropomorfa, “sa bisera”, scolpita in unico pezzo di legno di pero selvatico o di ontano e tinta di nero dall’espressione inquietante e orribile.

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Un tempo la maschera veniva fatta da chi poi l’avrebbe indossata, per cui ognuna era di foggia diversa e unica. Ora sono realizzate dalle abili mani di artigiani Mamoiadini ma come allora hanno lo scopo di trasfigurare le sembianze umane. Gli Issahadores vestono i loro abiti dagli allegri colori, il rosso il bianco, hanno fianchi fasciati dallo scialle nero a fiori, elemento femminile e tributo alla dea della fecondità, che risalta su tutto, una bandoliera di campanelli dal suono festoso sono posti sul corpetto e sul volto “sa visera ‘e santu” la maschera di legno bianca e l’antico copricapo del vestiario sardo maschile sostenuto con un fazzoletto annodato sotto il mento e per ultimo la “sa soha” la lunga fune da cui proviene il loro nome.

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I mamuthones, dodici come i mesi dell’anno e i quattro/sei Issahodores sono pronti per il corteo che attraverserà tutto il paese. La tradizione si rinnova, il rito si compie ancora una volta tra ali di folla. I mamuthones coordinati dagli issahadores si muovono in una danza sacra e malinconica dal valore apotropaico accompagnata dal suono cupo dei campanacci. Il pesante passo cadenzato busserà alla madre terra per destarla dal letargo dei mesi freddi e sollecitarla a prepararsi per dare i suoi frutti. Intanto gli issahodores con le loro funi catturano “prede” tra gli spettatori presenti in un gesto ben augurante, un tempo venivano fatti “prigionieri” i nobili o i ricchi con lo stesso intento. La processione infine approderà in piazza dove tutti ma proprio tutti si uniranno nei balli tipici: il ballu tundu, su dillu e su passu torrau.

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I passi esperti e armoniosi degli abitanti  mettono in evidenza e tradiscono i passi incerti dei turisti, ma la musica è talmente coinvolgente che i piedi vanno da soli, sembra quasi impossibile sottrarsi. La festa prosegue con l’esibizione delle voci del “canto a tenore”. Canto polifonico che corona ogni momento di aggregazione, dal lavoro alla festa, diventato patrimonio immateriale Unesco. E’ l’espressione artistica della terra sarda, la voce della sua anima legata alla natura.  E’ il racconto del suo popolo e della sua storia. Ascoltarlo è partecipare ad un momento magico, si riceve un messaggio che rimarrà nel cuore, un prezioso regalo della Barbagia!

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Ma la festa non finisce, si ballerà fino a notte tarda dandosi appuntamento al martedì grasso dove tutto si ripeterà, la sfilata delle maschere tradizionali, i balli, i divertenti carri allegorici e l’attesa “favata”, un piatto di fave e lardo che viene offerto dal paese a tutti gli intervenuti ( meglio portarsi un cucchiaio se non la volete mangiare con le mani) e infine l’importante maschera che designerà la fine delle manifestazioni “Juvanne Martis Sero”. Un fantoccio collocato in un carretto trascinato per le strade da uomini vestiti di nero “zios e zias” che piangono la sua morte cantando una nenia sconsolata. E ‘ il carnevale che muore. Ma Juvanne lascia un testamento che verrà letto fra le lacrime nel quale esorta tutti a non disperarsi per la sua dipartita lanciando un invito a continuare e a celebrare la vita!      Clelia Nocchi

Associazione turistica pro-loco Mamoiada / via Sardegna 13  /  cell.334- 5940764
www.mamuthonesmamoiada.it

Museo delle maschere Mediterranee – p.zza Europa 15  /  0784-569018
www.museodellemaschere.it
Museo MATer / Museo della cultura e del lavoro

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