Museo del filo spinato

Devil’s Rope Museum – Texas
Nel 1862 gli Stati Uniti emisero un provvedimento, l’Homestead Act, firmato dal presidente Abraham Lincoln, con il quale si assegnava a chi ne faceva richiesta, 160 acri (più o meno 65 ettari) di terra fertile demaniale al di fuori delle colonie originali. Una legge federale che rese legale l’occupazione abusiva perpetrata fino ad allora di appezzamenti di terra ufficialmente statale ma di pertinenza dei Nativi d’America.

I coltivatori che ne beneficiarono si accorsero ben presto che, per salvaguardare i propri allevamenti e colture da invasioni di animali allo stato brado, avevano bisogno di un mezzo efficace per recintare. Si pensò dapprima di piantare arbusti spinosi, ma si rivelò un processo troppo lungo sia per la lentezza di crescita sia per la vasta area perimetrale da coprire e l’ipotesi fu subito accantonata. Si pensò poi di usare fili e corde normali ma si dimostrarono totalmente inefficaci.

Qualcuno propose anche staccionate in vari tipi di legno e foggia ma furono abbandonate per costi e reperibilità di materiale. Questi primi tentativi sperimentali, anche se scartati, fecero però capire che il recinto ideale dovesse unire spine e filo. Centinaia di idee confluirono nel West da ogni parte della nazione dando vita ad un boom industriale. In quegli anni ne brevettarono ben 200 tipi che precedettero la nascita del filo spinato che noi conosciamo. L’invenzione del modo di produrre industrialmente il filo è attribuita allo statunitense Joseph Glidden di Dekalb, Illinois, che nel 1874 depositò il brevetto di due fili di ferro con una serie di spine che gli valse il titolo di “padre del filo spinato”.

Era nata così “la corda del diavolo”. Se si percorre la mitica Route 66, la famosa Mother Road, si attraversa la cittadina di McLean, ed è proprio nel piccolo centro abitato che si trova l’insolito “Devil’s Rope Museum” il museo della corda del diavolo. Un museo sul filo spinato che racconta un importante segmento di storia americana. Una sezione è anche dedicata alla Route 66 e ai suoi cimeli e una piccola stanza ai disastri del terribile periodo della Dust Bowl, le tempeste di sabbia che interessarono una parte degli USA nel 1930. Sono in mostra anche centinaia di marchi di bestiame, così come è illustrato esaustivamente il cambiamento” degli strumenti da cowboy”.

Il filo spinato fu fondamentale per lo sviluppo delle comunità agricole nell’Ovest degli Stati Uniti, perché permise ai coltivatori di difendere i terreni e gli allevamenti da animali selvatici e cambiò il modo di fare agricoltura. Ma questa impresa non fu indolore. Se ad alcuni portò benefici per altri fu nefasta: i nativi americani, furono costretti con prepotenza a rinunciare alle loro terre e di fatto alla loro vita di sempre per poi essere spinti con una decisione pianificata, nei “territori indiani “.

Territori che comunque e continuamente venivano a poco a poco occupati dai coloni e attraversati da cercatori d’oro, da pionieri, con l’aiuto ufficioso di politici senza scrupoli. I bisonti, loro sostentamento primario, furono ridotti sull’orlo dell’estinzione e tramontò anche la figura del cowboy simbolo del Far West, di una prateria senza barriere, che era in perenne scontro con i coloni.
Era in corso un cambiamento epocale che a qualcuno doveva sembrare giusto e necessario.  Oggi esistono più di 450 brevetti per il filo spinato e più di 2.000 tipi e varianti. Ma come si spiega la sua longevità e il suo ininterrotto utilizzo da quasi un secolo e mezzo in un mondo dove tutto diventa sorpassato in poco tempo? La risposta?

Il filo spinato è semplice, è economico, di facile reperibilità ed è sufficientemente efficace per ciò che deve fare. “E’ il miglior recinto del mondo, leggero come l’aria, più forte del whisky, meno caro della polvere da sparo, tutto in acciaio e lungo chilometri”, così lo pubblicizzava John W. Gates primo venditore di filo spinato. Ma la corda del diavolo è uno di quegli oggetti come pochi lo sono stati che fin dalla sua nascita è stato accompagnato da un’immagine e un significato negativo e minaccioso. Di dolore e di violenza per l’uso che gli uomini ne hanno fatto. Dalle praterie americane e dai recinti di bovini si diffuse in fretta come una nube tossica: come dimenticare il suo drammatico utilizzo nei campi di concentramento?

Oppure nella cortina di ferro? Utilizzato per uccidere, per torturare, per sbarrare la via di profughi o di immigrati, o ancora, posto sui muri delle caserme o delle carceri. Per delimitare quartieri, zone di guerra, trincee o per segregare popoli di colore, di religione o di etnie diverse, ha fatto il giro del mondo per impedire qualcosa o per annientare qualcos’altro…
<Come è accaduto che un ingegnoso attrezzo agricolo, il filo spinato, sia diventato uno strumento politico, simbolo universale di oppressione?> (Oliver Razac – Storia politica del filo spinato). Clelia Nocchi

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